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Per questo nostro incontro a Napoli, 9 maggio 1998, che intende onorare il magistero del compianto Vittorio Russo, i miei amici Giorgio Fulco e Corrado Calenda mi hanno pregato di fornire un testo introduttivo, di apertura o premessa ai contributi di critica ed esegesi dantesca previsti dal programma. Un impegno del genere non si potrebbe affrontare a cuor leggero, per la vastità della materia e insieme per la sua indeterminatezza, nonché, beninteso, per la scarsa competenza di chi vi parla. Perdonate dunque se lo zelo di corrispondere alle attese di chi mi ha invitato ha sciolto il freno della prudenza, che avrebbe consigliato maggior ritegno. Invidio a Francesco Mazzoni, che mi ha preceduto
con una relazione pensata come parallela a questa, non solo l’autorità
che è la sua, ma anche la parte che ha assunto, cioè un resoconto di
filologia dantesca, i cui fatti si dispongono in un diagramma meno
accidentato di quello dell’universa esegesi. Non ho l’agio di tentare
alcun bilancio, non saprei proprio da dove cominciare. E una rassegna
sommaria del dantismo di questo secolo si convertirebbe in una specie di
trionfo petrarchesco, lista interminabile di nomi, date e titoli. Buoni consuntivi del resto non mancano. Ci sono i
volumi di Aldo Vallone, le molte bibliografie dantesche in Italia e all’estero.
Oltre alla rassegna di studi su Dante redatta dal Barbi nella miscellanea in
onore di un maestro della scuola storica, Un
cinquantennio di studi sulla letteratura italiana (1886-1936). Saggi
dedicati a Vittorio Rossi, Firenze, Sansoni, 1937, pp. 111-136, vorrei
menzionare almeno il saggio di Dionisotti, Varia
fortuna di Dante (1966), in Geografia
e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967, pp. 205-242
e il volume che raccoglie gli atti del convegno internazionale La
Società Dantesca Italiana 1888-1988, a cura di Rudy Abardo, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1995. Chi volesse, può riprendere le fila da lì. Al tempo in cui scriveva Barbi, il resoconto di
un cinquantennio di studi danteschi poteva anche configurarsi come la
cronaca dei lavori in corso in una fabbrica ben ordinata, sicura del suo
compito. Oggi un assunto come questo non è più concepibile, per la
diversità dei metodi e delle operazioni, che si stenta a ridurre a un comun
denominatore più sostanzioso ed esigente dell’ammirazione per l’opera
di Dante che essi in generale testimoniano. Bisogna prendere atto che ci
sono non uno, ma più dantismi, e che è aperto più di un cantiere. Conscio di questi limiti, ho pensato perciò di
restringermi a un modesto, ma libero esame di coscienza alle soglie del
settimo centenario della visione dantesca o, con più enfasi, al limite del
secolo, anzi del millenio che declina. O si fa la storia dei nostri studi, o
si medita sul fatto e sul da farsi. Spero che il mio pubblico esame, che sarà
anche, come è inevitabile, piuttosto personale, ricavato da esempi a me
familiari, non diventi la confessione di ser Ciappelletto. Vorrei tanto che
fosse accolto come una riflessione provvisoria, quasi l’enunciato
irresponsabile di un sogno bibliografico, che ciascun alma presa e gentil
core potrà interpretare a suo gusto. Mi sono inventato un sogno che consta
di una decina di punti o che discende, se volete, per nove cerchi, come dal
Limbo a Cocito: anticipo il numero per dare un’idea del tormento che sto
per infliggere e insieme per fare intravedere il sollievo del fine o la
speranza dell’altezza. È singolare che per una riflessione fatta in
pubblico o, come direbbe Gadda, per una «meditazione breve circa il dire e
il fare» si possa parlare di esame di coscienza, istituzione penitenziale
che richiede semmai un’intimità silenziosa e una privata riservatezza. Ma
il nostro è il secolo dell’inconscio, e da quando s’indaga l’inconscio,
la coscienza parla ad alta voce in letteratura, fin dall’Esame
di coscienza di un letterato (1915) o dalla Coscienza di Zeno (1923). Una prima domanda, in questo esame, potrebbe
essere: quanto è vivo, oggi, del dantismo ottocentesco e di primo Novecento
fino al 1921, ossia dell’età aurea del dantismo scientifico? Lasciando da
parte la filologia testuale, che ha avuto una trattazione a parte, è da
dire anzitutto che continua vigorosa la tradizione dei commenti integrali al
poema. Nel dopoguerra se ne contano oltre una trentina, da quello di
Vittorio Rossi completato da Salvatore Frascino alle soglie del conflitto,
al Paradiso di Anna Maria Chiavacci Leonardi, che nel 1997 ha concluso
il commento mondadoriano. Rinvio in proposito al ciclo di Letture classensi del 1993, dedicato a Dante nei commenti del Novecento, a cura di Tommaso Di Salvo,
Ravenna, Longo, 1994, dove, oltre a contributi su singoli commenti, si
segnala l’intervento, di natura propriamente metodologica, di Francesco
Mazzoni, Problemi d’un commentatore,
pp. 85-126. Si è dovuto prendere atto che il commento ideale
non esiste, e che le prove si moltiplicano non solo per ragioni pratiche, su
richiesta degli editori e per esigenze di mercato, ma anche perché
commentare un classico non è affatto un atto univoco, in cui ciò che è
acquisito o è passato in giudicato sia incrementabile, in quantità e
qualità. Questa era l’idea di Barbi, che avrebbe voluto «migliorare» i
commenti esistenti piuttosto che auspicarne di nuovi, e che nei Saggi
per un nuovo commento della Divina Commedia, raccolti nel volume Con Dante e coi suoi interpreti (Firenze, Le Monnier, 1941), frantumò
in note spesso anche pregevolissime un lavoro che non ebbe mai compiuta
realizzazione[1]. Secondo punto, o della continuità. Il pastore
protestante grigionese Giovanni Andrea Scartazzini (1837-1901) sarà stato
anche un «mediocre e sconsiderato ingegno», come ebbe a scrivere di lui il
Barbi molti anni dopo la morte: ma il suo commento minor
o scolastico (non quello monumentale, uscito a Lipsia, presso Brockhaus, tra
il 1874 e il 1882[2]),
pubblicato a Milano da Hoepli in prima edizione nel 1893, è ancora vitale
dopo l’energico restauro a cui è stato sottoposto, nel 1903 e oltre[3],
da quel dantista eccellente che fu Giuseppe Vandelli (1865-1937). A un
secolo e più dalla sua apparizione, lo Scartazzini-Vandelli costituisce un
paradigma di continuità nell’esegesi del poema. Rilegato in un solo
volume, a partire dal 1896 aggiunse al testo il Rimario
perfezionato di Luigi Polacco, una novità per quei tempi: non però
novità assoluta perché nel 1894 era uscita con un rimario anche la Commedia
commentata da Giacomo Poletto (Roma, Desclée, Lefebvre e C.), e nel 1901,
in seconda edizione, quella a cura di Giuseppe Lando Passerini (Firenze,
Sansoni). Alla luce dell’attuale ripresa degli studi di metrica e a
giudicare dalle soluzioni adottate da Mattalia nel 1960 e, più di recente,
da Pasquini-Quaglio e dalla Chiavacci, la presenza di un rimario del poema (oggi
esemplato, con miglior fondamento, su quello della Concordanza
einaudiana a cura di Luciano Lovera e altri) è un’anticipazione di
assoluta modernità. L’altro parametro dello Scartazzini-Vandelli
che mi sembra tuttora valido, anzi insuperato, è la divisione dei canti in
segmenti di più terzine: procedura additizia e anche discutibile sul piano
strettamente filologico, dato che sovrappone al testo una griglia ben
visibile che non è dell’originale, ma utilissima ai fini della lettura.
Lo Scartazzini ha realizzato un’operazione d’ingegneria testuale di prim’ordine.
Le porzioni che si ricavano (da tre a sei o sette per canto) sono
evidenziate, come ricorderete, da una serie di raffinati accorgimenti
tipografici: in nota l’indicazione del numero di versi compresi nel tratto,
una didascalia in carattere grassetto e una concisa parafrasi. In alto sulla
pagina trovano posto titoli correnti in corsivo, che a sinistra informano
del luogo (cerchio, girone o cielo), a destra della materia, pagina per
pagina: al centro, in tondo, si dichiara la porzione di versi sottostante.
Inoltre, in capo a ogni canto, figura una scheda riassuntiva in maiuscoletto,
in tre corpi tipografici distinti, del tipo: [Purgatorio] canto ventesimoprimo. girone quinto: avari e prodighi. I Poeti raggiunti dall’anima
di Stazio che ha compiuto la purgazione - Stazio spiega come terremoto e
canto accompagnino la liberazione d’ogni anima - Presentazione che Stazio
fa di se - Graziosa drammatica scena che ne segue fra i tre - Affetto e
venerazione di Stazio per Virgilio. Queste
schede scartazziniane surrogano, ampliandole secondo l’uso moderno, le «rubriche»
dei canti del cosiddetto tipo a,
«il più elaborato e di più antica tradizione che si conosca», che
Petrocchi non sdegnò di riprodurre nell’edizione critica, esemplandole in
sostanza dal manoscritto Trivulziano. Un uso ottocentesco, dunque, che
rinnova l’antico, di primo Trecento. La lingua delle schede e in genere
delle didascalie è invecchiata, le partizioni non sono sempre e in tutto
soddisfacenti, ma l’idea è buona. La divisione in parti, rischiosa se si
allontana dal suo statuto puramente sussidiario alla lettura, mi sembra
preliminare a ogni discorso critico su un dato canto. Non vorrei parere
esoso, ma spero che in futuro tenteremo in modi migliori questa via, che può
fondarsi ora sui postulati della linguistica testuale, della logica dell’argomentazione,
della teoria della descrizione e del racconto. Terzo punto, o l’emergenza di fatti nuovi.
Accanto ai commenti, si segnala in quest’ultimo decennio la riscrittura
del poema, canto per canto, procurata da Vittorio Sermonti (Milano, Rizzoli,
1988-1993): una resa dell’originale che non è una parafrasi continua, né
un rendiconto critico, né un semplice riassunto di buona qualità. I
lettori moderni, lontani ormai dalla lingua e, più ancora, dal ritmo e
dalla scansione del periodo di Dante, sentivano l’esigenza di un’integrale
riscrittura in prosa, elegante e fedele, come dimostra il franco successo
editoriale dell’impresa. Furono altre le ragioni che mossero Bédier a
riscrivere in francese moderno la storia, tramandata in modi disorganici, di
Tristano e Isotta: ma l’immensa fortuna della versione moderna è un
precedente felice. E anche se l’esito è diverso, più accademico, il Saggio
di lettura paragrafo per paragrafo posto a corredo della mia Vita
Nova si è fatto carico di un’esigenza di riscrittura non troppo
dissimile da questa. Piuttosto che la brutale modernizzazione del testo
antico, che annulla l’originale e lo traduce nella lingua d’oggi, sembra
questa la via migliore per costruire un modello parallelo al testo, nella
stessa scala, come un’impalcatura che consenta al lettore contemporaneo
d’ispezionare l’originale dopo essersi familiarizzato con esso. Segnalo
per curiosità che nell’Ottocento si ebbe, a opera di Mario Foresi, una
riscrittura di tutta la Divina
Commedia «voltata in prosa, col testo a fronte», uscita a Firenze,
presso Salani, nel 1886. Quarto punto, o dell’oralità. Sono ancora in
auge, in più sedi oltre a quella storica di Orsanmichele, le lecturae
Dantis, istituzione di fine Ottocento (nasce nell’aprile 1899) che ha
grandi meriti nella divulgazione e nell’esegesi corrente, e che ha anche
promosso interpretazioni memorabili. Mi piace citare, uscita postuma da
pochi giorni, la lettura di Contini del primo dell’Inferno, che qualcuno di noi ha fatto in tempo a sentire dalla sua
viva voce nel 1976, ora riprodotta, dalla registrazione orale superstite,
nel volume Postremi esercizî ed
elzeviri, Torino, Einaudi, 1998, pp. 63-82. Dante è l’unico poeta
italiano letto regolarmente in pubbliche adunanze. Non sarà un caso che
nell’Ottocento abbia avuto fortuna, ad opera specialmente di Luigi Polacco,
di Gino Rebaioli ecc. il cosiddetto «Dante ortofonico», pronto ad esser
pronunciato come si deve nell’Italia unita e all’estero. Le lecturae
Dantis hanno tenuto vigili le esigenze della lettera, privilegiando la
parte della testualità immanente. Per altro verso, bisogna pur dire che
hanno favorito una certa ripetitività inerte, scoraggiando - specie da noi
- esegesi più complesse e monografie d’impianto più vasto. Oeuvre de commande per eccellenza, hanno un po’ sopito la
riflessione teorica, risolvendo tutto nella realtà particolare del canto (ma
la Commedia non è riducibile alla
somma di cento letture). Sono poi connotate da una loro endogamia, nel senso
che le lecturae si citano tra
loro, producono senso come in camere stagne, impermeabili a discorsi più
generali. Il che si può dire anche, per converso, delle monografie e dei
libri di critica, poco disposti, in specie quelli anglosassoni, a menzionare
lecturae. È una dicotomia che mi limito a registrare, ma che fa
riflettere. Come pure fa riflettere l’ormai evidente
autonomia bibliografica degli studi in lingua inglese, che - in loro spera
beati - citano di fatto solo se stessi, ossia soltanto prodotti
linguisticamente conformi. Basta dare un’occhiata a indici e note: la
bibliografia in altra lingua, l’italiana in specie, resiste solo in quanto
è linguistica e filologia, discipline da riverire (sia pure distrattamente)
perché conferiscono una certa vernice di serietà e fanno bon
ton. Per una volta tanto, permettetemi di fare l’elogio del come si
produce a casa nostra: mi pare che gli studi danteschi elaborati in Italia
siano, in genere, meno distratti, più curiosi e generosi nei confronti di
quanto si scrive altrove. Confesso che la mia reazione nei confronti di
queste chiusure culturali e dei relativi gerghi e referenti polemici che
esse alimentano, è soprattutto quella di rivisitare, abbandonando il campo
folto e litigioso di oggigiorno, il dantismo ottocentesco e di primo
Novecento: quello di Rajna, ma anche di Toynbee, di Barbi, Parodi e perfino
di Lamma. Per nostra fortuna, la storia della filologia ci tiene al riparo
da certo spavaldo dantismo contemporaneo, immemore della storia e sprovvisto
di filologia, anche se costipato di bibliografia in nota. Ho detto, all’inizio, che è aperto più di un
cantiere, il che non accadeva quando, poniamo, la «Società Dantesca di
Cambridge, Massachusetts» approntava a cavallo dei due secoli, con intento
ecumenico e con funzione vicaria, le sue benemerite e ancor utili Concordanze.
L’immagine di più cantieri è inadeguata. L’ingente appropriazione
dell’opera di Dante da parte della cultura in lingua inglese cambia le
regole del gioco, o anzi fonda un altro culto, una nuova chiesa, con una sua
propria liturgia, gerarchia, santi e magari anche martiri. Forse Michele
Barbi, senza saperlo, è stato l’ultimo sommo pontefice del dantismo
universale, la cui Santa Sede era Firenze. Non più Contini, che del resto
non esercitò mai quella specie di superiore vigilanza recensoria che era
invece propria di Barbi, fin dai primi anni. Né il prestigio di Contini in
area non italiana è paragonabile a quello di cui gode ancora postumamente
presso di noi. Quinto punto, o del commento secolare. Non so se
il progetto americano Dartmouth, che mette a disposizione su Internet tutti
i commenti disponibili della Commedia,
verso per verso, renda meno urgente l’iniziativa di approntare un commento
secolare al poema, in cui, come è ovvio, le varie chiose sono non solo
raccolte, ma anche puntualmente discusse. Il lavoro cominciato da Mazzoni
col Saggio di un nuovo commento, fermo al quarto dell’Inferno
(i primi tre canti in volume autonomo, presso Sansoni, nel 1967, il quarto
negli «Studi Danteschi» del 1965) si applica a canti di rilievo anche
strutturale, e dunque ha avuto l’occasione di affrontare questioni più
generali. Questo in parte ci consola dell’interruzione. Negli Stati Uniti
si è cominciata a stampare una serie di monografie canto per canto, ma non
siamo ancora a Paola e Francesca. Ci si chiede, in tutta onestà, «che
fare?». Un commento secolare al poema - destinato naturalmente a
invecchiare già mentre è in progress,
se i tempi sono quelli che sono (come invecchiata ormai è l’Enciclopedia
Dantesca, il cui primo volume è del 1970) - è da considerare una
priorità per il futuro? Bisognerà pensare a un’équipe
di studiosi, o a un solo dantista per ogni canto? E chi, o quale ente,
potrebbe farsene l’iniziatore, il coordinatore, il finanziatore, il
garante? Come vedete, siamo proprio nel mondo dell’utopia. E dei commenti
antichi, di capitale importanza, non spetta a me di parlare. Sesto punto, o dell’esemplarità. Qual è il
libro su Dante per eccellenza di questo ventesimo secolo? Forse quello,
composito, di Charles S. Singleton, La
poesia della Divina Commedia, uscito in traduzione italiana presso il
Mulino nel 1978, e formato da Dante
Studies 1. Elements of Structure (Cambridge, Mass., 1954) e Dante
Studies 2. Journey to Beatrice (ibid., 1958), con l’aggiunta di
quattro studi già sparsamente usciti su rivista? Libro brillante, ma la sua
organicità è franta: si procede per saggi e con intento dimostrativo. Se
si rinuncia all’esigenza di un libro compatto, a tutto tondo, tanto vale,
a quel punto, confessare la propria preferenza sentimentale e intellettuale
per il volume di Contini, Un’idea di
Dante, Torino, Einaudi, 1976, in cui la microscopia del filologo,
inarrivabile per sapienza, riesce a operare una concertazione polifonica
straordinaria: il particolare rinvia sempre perentoriamente all’insieme.
Mi frena tuttavia il pensiero, che è certezza, della destinazione pratica e
occasionale del libro, nato anche tipograficamente dimesso. Basti leggere
l’Avvertenza d’autore che
accompagna la stampa: Nel presente volume sono riprodotti, con tenui
ritocchi, i saggi di materia dantesca sparsi nella raccolta dell’autore Varianti
e altra linguistica (Torino, Einaudi, 1970). Una piccola Appendice
ospita qualche pagina dantesca di varia provenienza. Non
inganni l’understatement del
prefatore. Nella cosiddetta «piccola Appendice» trova posto, per non dir
altro, l’incartamento dell’attribuzione del Fiore
a Dante. Sono le Varianti il libro
di Contini, con gli altri della stessa serie celestina, non questo compendio
dantesco. E che dire dei capitali volumi di Auerbach, Nardi
e altri maestri, tra i quali non può mancare Spitzer? Se il capolavoro non
è in questi paraggi, dovremo dunque tornare indietro, agli inizi del
secolo, per trovare il nostro bene? Ora, per capire che Francesco Flamini
(1868-1922), studioso egregio, ma dantista più volonteroso che acuto, non
fa più per noi, basta il titolo della sua opera in due tomi, I
significati reconditi della Commedia di Dante e il suo fine supremo
(1903 e 1904), ristampata nel 1916 come Il
significato e il fine della Divina Commedia. E diremo «no, grazie»
anche al Pascoli (1855-1912) e alla sua trilogia - Minerva
oscura. Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante (1898), Sotto
il velame. Abbozzo di una storia della Divina Commedia (1900), La
mirabile visione (1902) - nonostante certo fascino di scrittura e
d’invenzione che ancora ne emana. Di recente ho dato un’occhiata
all’opera di Karl Vossler (1872-1949), La
Divina Commedia studiata nella sua genesi e interpretata (due volumi,
ciascuno diviso in due tomi, usciti tra il 1907 e il 1910 nell’originale
tedesco a Heidelberg, e tra il 1909 e il 1913 precocemente tradotti in
italiano), e ne ho ricavato un’impressione affliggente, un cupo
spaesamento, che il dibattito di Vossler con Giovanni Gentile, letto proprio
con l’intento di capire, di rendermi conto, ha aggravato senza rimedio.
Croce, che stimava moltissimo quest’opera, la definì con alquanta
cortesia «esuberante»: ma tutte queste dotte Entwicklungsgeschichten del Vossler (religiosa e filosofica,
etico-politica e letteraria), invece di portare all’Erklärung des Gedichtes, che è il titolo promettente dell’ultimo
volume, sono - diciamolo francamente - la negazione del Dante poeta,
inseguito invano, con costante sordità ai valori formali del testo. Un libro che regge meglio all’usura del tempo,
libro parzialissimo e riduttivo, che si è negato l’accesso al mondo
dantesco per amor di tesi è (piace dirlo a Napoli) La
poesia di Dante di Benedetto Croce. Se Dio vuole, una prosa lucida,
senza obesità di concetti e senza smagliature, una tensione di lettura
viziata da pregiudizi, ma autentica. Forse - è la mia conclusione
provvisoria - oggigiorno non abbiamo più bisogno di una grande opera
integrale su Dante: si avverte tutt’al più l’utilità didattica di una
Guida aggiornata (come di fatto esistono), non la necessità teorica di un
gran libro globale. Il capolavoro cercato è come la pantera del De
vulgari: se ne sente il fiato, ma non si vede. Dante oggi s’illumina
meglio con luce radente, con saggi parziali che si attacchino a punti
eminenti, propizi a dare un’idea dell’insieme. Disperando dell’unità
e del tutto, ci si contenta del particolare. In questo, mi pare, è ancora
efficace la lezione di Contini, lettore dell’opera per frammenti insigni.
Non quelli che il cosiddetto «romanzo teologico» restituisce intatti al
gusto romantico, gli ingredienti e i tratti realistici che prediligeva
Croce: bensì quelli in cui la lingua e lo stile inducono nel lettore, la
parola è di Contini, un benefico «trauma». Settimo punto, o il Dante in immagini. Dopo aver
citato con onore Croce, pur senza credere alla distinzione, da lui operata,
tra «romanzo teologico» e poesia pura, come negare il fascino della
struttura là dove essa è più struttura, e cioè nell’Inferno,
di architettura così geniale e di varietà tanto attraente? D’altra
parte, proprio perché il quadro è fortissimo, esigente, tutt’altro che
un semplice sfondo, il poema di Dante, a differenza della meravigliosa
versatilità dei drammi shakespeariani, è renitente a convertirsi in
linguaggio cinematografico. Ogni tentativo in questo campo è stato
deludente. L’azione sulla scena mima il reale, si traduce in inquadrature;
e invece nella Commedia il gesto e l’evento sono rituali: legati a una pena,
alludono a una realtà superiore. La vita terrena irrompe talora nel poema,
ma è subito ridotta a caso esemplare, a parabola. In sé, la storia di
Paolo e Francesca è un feuilleton
romanzesco e una tragedia, l’uno e l’altro: ma nella Commedia
il fatto di sangue, senza perdere i suoi connotati di cronaca romagnola, è
contestualizzato nella resa epigrafica di una disgrazia esemplare. E anche
il paesaggio è un paesaggio virtuale, tutto analogico: nel canto dei
suicidi ci sono rovi e boschetti di «aspri sterpi» come se ne vede tra
Cecina e Corneto, anzi peggiori di quelli, ma il reale non è che una
similitudine, è svuotato di concretezza dall’esemplarità. L’età del cinematografo è stata avara con
Dante, ha relegato la Commedia a
una statuto di non rappresentabilità, anzi di non visibilità, a paragone
dei drammi dell’altro poeta universale, Shakespeare, fruibili anche sullo
schermo. La modernità del testo ne è mortificata. Il libretto, scriveva
Contini, «tiene» ancora, ma tiene solo alla lettura. Mi chiedo se l’età,
che è già la nostra, delle immagini sintetiche, dell’animazione
informatica, degli effetti di presenza e di movimento realizzati al computer
non sarà iconicamente più propizia alla Commedia. Questa utopia si associa a un’altra esigenza,
più concreta, nata dalla constatazione che la visualità del poema non è
ancora del tutto realizzata: non tutto il visibile è ben visibile. Penso a
quanto scriveva Contini della Commedia
come libro scritto per essere illustrato, penso ai due gran volumi di
Brieger, Meiss e Singleton, Illuminated
Manuscripts of the Divine Comedy (1969), esauriti da tempo e inconditi.
Rileggendo con attenzione il poema, a volte mi rendo conto di aver
ricostruito nella mente una certa scena in modi errati. Sono più curioso
d’immagini di quante me ne fornisce la bibliografia: spero che i CD-rom
del Duemila esaudiranno questo mio desiderio. Coll’ottavo cerchio si arriva, come sapete, a
Malebolge e dunque conviene affrettare il passo. Ho appena letto un libro di
Antoine Compagnon, Le démon de la théorie.
Littérature et sens commun, Paris, Seuil, 1998, uscito nel mese di
marzo. Compagnon immerge i luoghi comuni della critica ingenua o eterna,
legata alle impressioni prime e a intuizioni fatte a lume di buon senso,
nell’acido corrosivo ed esigente delle teorie letterarie del dopoguerra.
È un esame coraggioso, che gli attirerà la diffidenza degli uni e degli
altri, e che spinge l’autore ad assumere, alla fine, un saggio
atteggiamento di perplessità. Il fatto è che il rigore teorico affonda il
suo bisturi con troppa energia, fino a uccidere la ricezione o la vita del
testo, che è anche vita empirica, in cui non tutto è coerenza e pura
sostanza; l’anatomia implacabile del lettore non candido, anzi troppo
smaliziato, apre i segreti della cosa a prezzo di disfarla. D’altra parte
il semplice buon senso si contenta di concetti approssimativi, si tiene
all’empiria e all’apparenza, e presto mostra la corda, o insomma la sua
povertà e mediocrità concettuale. In questa dialettica, Dante appare
piuttosto defilato: nel dibattito è il romanzo otto- e novecentesco che
predomina. Tuttavia, leggendo quel libro, mi sono esercitato ad applicarne
le riflessioni alle formule invalse nella critica dantesca. Ecco una serie di questioni aperte. Quanto del «realismo
dantesco», magistralmente illustrato da Auerbach, resiste alla denuncia
dell’«effet de réel» che, secondo Barthes, è l’illusione coltivata
dalla letteratura, o all’attenuarsi della funzione «referenziale» del
messaggio, che per Jakobson è da mettere in conto nei testi letterari? E
gli «appelli al lettore», altro istituto venerando del dantismo moderno,
in che rapporto stanno con la teoria che collega il narratore o autore
implicito al lettore implicito? E lo statuto di chi si denomina ser Durante
nel Fiore o Dante nel poema («il nome mio, / che di necessità qui si
registra») come regge alla provocazione barthesiana della «mort de
l’auteur»? La Commedia fin dal
Trecento si è segnalata per le sue molte cruces,
che oggigiorno, per la verità, suscitano un interesse meno acceso tra i
dantisti. Sono ormai pochi, anche se insistenti e tediosi, quelli che si
ostinano a rivendicare definitive vittorie su questo o quel punto litigioso,
come se il messaggio profetico dantesco, indubbiamente criptico anche nei
punti non deputati all’enigma, si riducesse a una trafila di indovinelli
da risolvere. Sarà perché - senza sottovalutare l’influsso della Dea
Noia, di cui parlava Croce celiando e citando Goethe - alla luce delle
teorie moderne del testo poetico e della sua congenita ambiguità è
difficile isolare nettamente zone irriducibili al senso da altre, invece, in
cui il senso si postula chiaro, o si crede passibile di definitivo
chiarimento? E vale ancora l’intenzione dell’autore, nozione
contestatissima dai teorici della letteratura e che i lettori tradizionali
estraggono solo quando fa comodo? E la Commedia, coi suoi sensi canonici, in che rapporto sta con la teoria
dell’«opera aperta»? E ancora: credo che la ricerca (mai esaurita) delle
fonti possibili o probabili del poema si gioverebbe dell’applicazione, al
caso nostro, della categoria di parodia seria. Siamo proprio, come vedete, in Malebolge. «Castigare
la fantasia», «castigare l’arbitrio» era per Contini la «moralità»
dello studioso, che non deve però «rifiutarsi all’illuminazione» quando
essa gli si presenti: «ritengo che uno studioso serio debba essere anche la
Corte dei Conti di se stesso». Basta questo monito, in sostanza
volontaristico, o suona oggi come un appello patetico a lettori diffidenti
dell’oggettività, scettici e dunque disponibili a correre avventure
plurime del senso? Chi vi parla ha dovuto rendersi conto che per dantisti di
formazione non filologica la certezza logica che certe procedure della
filologia testuale rivendicano a buon diritto è tutt’altro che
pacificamente ammessa. La filologia, ai loro occhi, non è che un’opzione
possibile. Si ha un bel dire che la filologia ha una larga parte di
discrezionalità, ma che lo stemma, in certi casi, impone o consente scelte
inoppugnabili (inoppugnabili, beninteso, entro quel dato sistema). A parte
l’eventuale incompetenza o presunzione di taluni, può accadere che anche
studiosi seri e bene intenzionati non siano in grado di capire. Per costoro,
ripeto, la filologia testuale è una modalità, non un postulato, un
parametro facoltativo d’indagine e non una pregiudiziale. Se tutto è relativo, la filologia divinatoria e
congetturale, che a norma di dottrina è la più insicura e la più ardua da
maneggiare, rischia di aver miglior credito della filologia corrente, quella
che, partendo dalla ricognizione dei documenti, reclama per sé più forte
uno statuto di scienza e di oggettività. Ora, la congettura più
impegnativa che si possa fare in materia dantesca mi sembra quella
d’imporre il nome di Dante a un poema, il Fiore,
tramandato adespoto e anepigrafo. Il secolo scorso si era chiuso
nell’incertezza sulla paternità: dopo cento anni, anche se da Castets
(1881) a Contini (1984) la questione appare sotto una nuova luce e può
giovarsi di splendide acquisizioni, le controversie semantiche a cui ha dato
luogo il termine «attribuibile» usato in proposito da Contini sono
indicative di una perdurante incertezza. Se la filologia, come credono
alcuni, ha uno statuto puramente congetturale e non è mai scienza, se
ipotizza ma non dimostra, opina ma non sa, in un contesto di scetticismo e
in una cultura diffidente del sapere positivo una presunzione di paternità
come quella avanzata per il Fiore,
in sé molto onerosa, paradossalmente può avere miglior credito e udienza
di altre conclusioni meglio documentabili. Congedandomi dal Fiore, non voglio dire «se non è di Dante, di chi è?», ma «dove
lo collochiamo, che ne facciamo, se non è di Dante?». Salvo contraria
prova, solo con l’opera certa di Dante funzionano, per il Fiore, i parametri di (auto)parodia, palinodia e intertestualità. Siamo ormai nei pressi di Lucifero, già
intravedo la fine. Sarà ancora, il ventunesimo, un secolo di varia fortuna
per Dante, o si assisterà a un appannamento della sua presenza, come in età
barocca? La poesia di Dante si è salvata a dispetto dell’ideologia che
veicolava, ormai tutta spenta o quasi. Ma non è finita, perché
l’ideologia odierna si allontana sempre più dai valori dell’autore e
dell’età sua, come una galassia nell’universo in espansione. Spiegando
Dante a lezione, dobbiamo ricapitolare di continuo la storia, le istituzioni
e la mentalità di allora, chiarire che l’orizzonte d’attesa dei lettori
è radicalmente mutato. «Siete voi qui, ser Brunetto?» si chiede, con
sconcerto, l’uomo del Trecento. La risposta che s’immaginano i nostri
allievi, figli della tolleranza, della libera militanza e del relativismo
dei costumi è magari: «E come no, figliolo mio? ma in che mondo vivi? dove
credevi di trovarmi?». Spiace di non poter più discorrere di questo e
altro con Vittorio Russo, interlocutore brillante e acuto. Questa
chiacchierata in pubblico avrebbe sollecitato le sue risposte, adesioni e
obiezioni. Il nostro lavoro va avanti, col rimpianto di non ascoltare più
certe voci. Guglielmo
Gorni [1] Nella Bibliografia degli scritti in appendice alla Commemorazione di Michele Barbi, a cura della Scuola Normale Superiore di Pisa, XVIII maggio MCMXLII, Firenze, Sansoni, 1943, p. 70 (n. 352) è dato come in stampa (mai realizzata) un volume intitolato I problemi fondamentali per un nuovo commento alla Divina Commedia, Firenze, Sansoni, 1943, di cui è fornito l’indice. [2] Il commento all’Inferno è del 1874 (rifatto, in seconda edizione, nel 1900), del 1875 quello al Purgatorio, del 1882 al Paradiso. Un volume, concepito come quarto della serie, di Prolegomeni della Divina Commedia. Introduzione allo studio di Dante Alighieri e delle sue opere è del 1890, recensito in GSLI 16 (1890), pp. 383-400 da Vittorio Rossi. Una ristampa anastatica del tutto è stata procurata a Bologna da Forni nel 1965. Opera dello Scartazzini è anche la famosa Enciclopedia Dantesca. Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri, Milano, Hoepli, I (1896), II (1899). Il terzo volume dell’Enciclopedia uscì postumo, nel 1905, e ad opera di altro studioso: Vocabolario-Concordanza delle opere latine e italiane di Dante, a cura di Antonio Fiammazzo. L’Enciclopedia dello Scartazzini, il cui primo volume fu recensito dal Renier in GSLI 29 (1897), pp. 145-54, si affianca, per quegli anni, al Dizionario Dantesco di Giacomo Poletto, uscito a Siena tra il 1885 e il 1887 in sette volumi, seguiti nel 1892 da un ottavo di Alcuni studi su Dante come appendice al Dizionario. Anche di queste enciclopedie (come delle concordanze) sarebbe opportuno un riesame comparativo. [3] In particolare ancora nella sesta (1911), nella settima (1914) e soprattutto nella nona (1929) ristampa.
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